Rispondiamo tutti all’«Appello» di Alessandro D’Avenia

Leggere in questo periodo di pandemia può essere di grande aiuto, un buon libro ci tiene compagnia, ci fa viaggiare con la fantasia e ci fa riflettere su importanti temi. Il libro che voglio consigliarvi è «L’Appello» di Alessandro D’Avenia e racconta la storia di un professore non vedente che è chiamato a fare supplenza in una classe di quinta superiore quando muore la professoressa di scienze. La classe è formata da dieci ragazzi e ragazze piuttosto indisciplinati e turbolenti. Il professore per conoscere gli alunni inventa un nuovo modo di fare l’appello: i ragazzi vengono sfiorati dalle mani del professore, pronunciano il loro nome e così, piano piano, cominciano ad aprirsi.

Grazie all’appello il professore inizia a instaurare un legame sempre più stretto con i suoi alunni creando rapporti di amicizia e di fiducia. I problemi naturalmente non mancano, perché gli altri professori e il preside considerano il suo metodo una perdita di tempo e non capiscono il valore del dialogo con i ragazzi. Nonostante tutto, l’appello ha molto successo e rappresenta il primo passo verso il cambiamento della scuola. I ragazzi arrivano all’esame di maturità con una promessa: incontrarsi tutti insieme dopo 15 anni. Nel corso degli anni, il professore muore ma la sorpresa più grande è che il giorno dell’incontro si presenta la figlia con una lettera scritta dal padre per i suoi alunni diventati adulti.

Questo è un libro speciale, che racconta di ragazzi come noi con i nostri pregi e difetti, con le nostre domande e inquietudini. Parla di ragazzi che hanno la fortuna di incontrare nel loro percorso scolastico un grande professore che, nonostante sia non vedente, non si lamenta  mai della sua disabilità, ma è capace di stimolare i ragazzi ad aprirsi con lui. Per noi adolescenti avere a che fare con adulti pronti ad ascoltarci è importante perché ci rende più forti. Parlare  insieme, confrontarsi, condividere esperienze ed emozioni ci aiuta a crescere.

A cura di Cecilia Noè, IVh

Precedente Freedom Writers, atto terzo: la scuola, le domande, le canzoni… Successivo Freedom Writers, atto quarto: noi non siamo ranocchi pensanti